by Ivan

Io Sono Morto Ieri

Lo so che questo è un blog di cinema ma per una volta facciamo un’eccezione e parliamo di teatro, più precisamente de “Io sono morto ieri” un’opera scritta da Giuseppe Paruzzo con Aldo Rapè, diretta da Nicola Vero, messa in scena il 21 e 22 febbraio al teatro Margherita di Caltanissetta.

“Qualcuno ha visto Diego?” – “Qualcuno ha visto mia madre?” Aldo Rapè, giovane attore di talento nisseno, inizia con queste esclamazioni il suo monologo.
Ma la stranezza sta nel fatto che tali battute non provengono dal palco ma bensì dalla platea, dove con molta agitazione Rocco (così si chiama il personaggio interpretato da Rapè) va dimenandosi.

In questa prima parte il protagonista racconta una storia, quasi una parabola, su un pastore e il suo gregge di pecore, il quale pur di avere un gregge bellissimo formato solo da pecore “bianche come la neve” fu disposto a sacrificarle tutte. Incontrando poi suo fratello, anche lui pastore, gli domandò come potesse tenere un gregge così brutto composto da pecore nere, marroni, grigie ecc…
La risposta fu semplice.
Ognuna di quelle pecore anche se di colore diverso ha un suo ruolo, un suo compito da svolgere e tutte insieme si completano
formando così un gregge bellissimo.

Dopo questa prima scena Rapè improvvisa una specie di talk show di matti con ospiti quattro categorie differenti di pazzi.
Dopo una descrizione delle prime tre categorie si sofferma su di se stesso, sulla sua categoria e su come possa essere diventato pazzo. Rocco si chiede a questo punto perché doveva succedere proprio a lui, che ha sempre pregato e si ritiene
amico di Gesù, al quale contesta il fatto che salvò Barabba che neanche conosceva ed a lui no.
Rocco si dispera perché sua moglie, incinta di suo figlio, è stata investita e uccisa, e con lei naturalmente anche il bambino.
Ed è a questo punto  che il suo cervello fa “stack”, che la sua vita è finita dato che è diventato pazzo, ed è per questo che come Mustafà, Mozart e Diego, nominati in precedenza, si ritiene “Morto Ieri”.

Questa è sicuramente un opera piena di significati. Infatti il protagonista si accorge di come tutto quello che lo circonda sia insensato, perchè forse non è solo lui o quelli come lui ad essere pazzi, perché forse tutti coloro che sono “fuori”, non rinchiusi in un manicomio come lui, tanto normali non sono neanche, perché mentre lui è impossibilitato e non può fare
niente, chi è fuori e quindi libero di fare ogni cosa non farà lo stesso niente  per risolvere tutte le ingiustizie che ci sono nel mondo, quindi chi è emarginato e dimenticato dalla società resterà tale e continuerà la sua vita da “morto ieri”.

Forse l’autore ha per questo motivo raccontato la storia del pastore, per far capire che comunque i pazzi, gli emarginati, gli ultimi, dimenticati da tutti (in questo caso dentro un manicomio) fanno parte del nostro gregge e che Dio è il nostro pastore, quindi dobbiamo accettare ogni persona per quello che è perché solo così, con le nostre diversità, formiamo una società completa, nella quale tutti possano vivere in armonia.

Il testo possiamo dire che è la vera forza dell’opera, ma non sarebbe stata niente se Aldo Rapè non lo avesse interpretato benissimo, infatti ritengo che sia stato in grado di trasmettere tutte le emozioni che l’autore intendeva trasmettere.

Le musiche, anche se poche, sono molto suggestive soprattutto nella scena dove Rocco si contorce facendo finta di indossare una camicia di forza, mentre è un po più povera la scena, anche se la scala, dalla quale sale alla fine Diego, è significativa perchè rappresenta l’ascesa a Dio.
Penso che sia valsa la pena vedere lo spettacolo sia per i giusti consigli di vita che l’opera trasmette sia per l’ottima interpretazione dell’unico attore in scena.

Voto 8

La frase:
“Anche loro… non usciranno mai!”